Skip to content
urlo

Io Grido

Daniele Moroni, ex ingegnere dell’area tecnica di ThyssenKrupp ora in pensione, condannato in secondo grado a 9 anni per il rogo di Torino, è l’unico a non essersi visto ridurre la pena sensibilmente dalla sentenza d'appello. Dieci anni e dieci mesi in primo grado (più dei nove allora richiesti dal Pm), nove in secondo. Amen. Ora resta solo il giudizio in Cassazione.
Moroni ha voglia di gridare. Non gli resta altro che gridare per sfogare la sua rabbia per quella tragedia ingiusta che ha tolto la vita agli operai rimasti uccisi e travolto la sua. Non può che gridare quanto siano ingiuste le responsabilità che gli vengono addebitate. “Per il lavoro che svolgevo in azienda non avevo alcuna delega né sul personale né sugli impianti di Torino”, ha dichiarato lo scorso 10 marzo al Corriere dell’Umbria. Non solo. “Nessuno aveva individuato quella parte di impianto come potenzialmente pericolosa”, ha continuato, “La prova sta nel fatto che non si ha notizia di incendi in impianti simili nel resto del mondo”. E poi ci sono altri due punti da chiarire. Il primo riguarda il trasferimento degli impianti di Torino a Terni. Il trasferimento era stato concordato con istituzioni e sindacati e, spiega l'ingegnere, “non ci sarebbero stati i tempi tecnici per fare alcunché”.  In pratica realizzare quegli impianti antincendio sarebbe stato di fatto impossibile. Nulla rispetto al secondo paradosso. La mancata installazione dell'impianto antincendio - assenza su cui i pm hanno costruito la tesi accusatoria - di fatto non avrebbero impedito il verificarsi della tragedia. Per usare le parole di Moroni nella medesima intervista: “non avrebbe impedito lo sviluppo dell’incendio e le sue drammatiche conseguenze”. Imputato, dunque, per una colpa inutile. Di chi e dove è allora la colpa? Difficile a dirsi. Soprattutto se si considera che i tempi per installare gli impianti antincendio non c'erano e che, vista la dinamica dei fatti di quel 5 dicembre, se anche ci fossero stati non avrebbero salvato quelle sette vite umane. La verità è che ripercorrendo con attenzione il tragico susseguirsi di eventi di quella notte si fa fatica ad individuare responsabilità precise. E forse, spetterà alla Cassazione, fare luce su una sentenza scritta sotto le luci dei riflettori.
 
ilva

Ilva: Taranto come la Padania, ma il Pm dice “no”

Il Pm dice “no” al dissequestro degli impianti dell’Ilva e la patata bollente torna di nuovo nelle mani del Gip, Patrizia Todisco, che dovrà decidere se accogliere o meno l’istanza dell’Ilva. Posta in ballo: la chiusura dell’impianto. Leggi
nostradamus

Condanna per omicidio? Devi essere Nostradamus per evitarla

Strano Paese l’Italia. Un Paese in cui il confine tra potere giudiziario e potere politico non è ben delineato. Un Paese in cui rischi di finire in carcere con l’accusa di omicidio colposo per non aver previsto un terremoto. Eh sì: se non sei in grado di prevedere i terremoti vai in carcere. E sulla fedina penale non te la toglie più nessuno l’etichetta di assassino. Punto e a capo. Leggi
formaggiofuso_galeghiotto_d4

Galeotti più bravi dei giudici italiani?

Galeghiotto. Così si chiama il formaggio prodotto dai carcerati sardi. Frase scelta per la promozione: “Galeghiotto, ne vale la pena”. Che dire: chapeau! Tanto di cappello a quei carcerati che negli istituti Is Arenas, Mamone, Isili producono formaggio fuso, pecorino e ricotta stagionata. Il “Galeghiotto”, però, è solo un prodotto nel panorama del Made in Jail...

Leggi
silvio-berlusconi-videomessaggio

Siamo tornati. La giustizia senza B.

Siamo tornati. Neanche il tempo di riaprire i battenti che siamo daccapo su politica e giustizia. Indagini e avvisi di garanzia fioccano come neve ad alta quota. Trasmissioni televisive come Report mettono in evidenza le contraddizioni che attraversano partiti come l'IdV: prima paladini del conflitto d'interessi, poi cavalieri del rogito. Nelle procure si aprono indagini anche su Formigoni, Errani e Vendola (questi ultimi due poi assolti). E poi i casi Ilva e l'Aquila a porre interrogativi su quale sia il confine tra politica e giustizia. Tutte contraddizioni sistemiche che Processo Mediatico ha sempre messo in luce. Anche quando l'attenzione delle telecamere e dei Pm sembrava rivolgersi ad un solo uomo: Silvio Berlusconi. Ora che il Cavaliere è uscito di scena (si fa per dire!) forse si potrà parlare più serenamente del conflitto tra il potere giudiziario e quello politico. Di un giustizialismo immane al sistema e di una giustizia non immune alle luci della ribalta. E se qualcuno ci chiedesse "dove eravamo rimasti?", probabilmente gli risponderemo che siamo rimasti al punto in cui eravamo. The law must go on...
3
Dec
Thyssen Sentenza

Thyssen, parti civili risarcite dall’azienda senza ripensamenti

Forse, d’ora in poi, il processo a Thyssen sarà un po’ meno mediatico. Nell’udienza di venerdì scorso, infatti, la Corte d’Assise d’Appello ha accolto la richiesta di Thyssen di estromettere le parti civili che sono giunte ad un accordo in seguito alla sentenza di primo grado. Tutte, tranne Medicina Democratica, hanno infatti definito un accordo tombale (ovvero definitivo e in nessun caso discutibile) con la multinazionale dell’acciaio.

Per capire cosa si intenda per “estromissione dal processo delle parti civili” è necessario fare una premessa: le parti, nel processo penale, sono l’imputato(i) e lo Stato. L’azione penale è l’azione con la quale viene realizzata la pretesa punitiva pubblica che sorge a seguito della commissione di un reato penale. L’azione penale deve essere intrapresa d’ufficio – nei casi previsti dal codice – o può essere intrapresa dal Pm a seguito di una denuncia. In pratica lo Stato esercita la propria prerogativa di esercizio della pretesa punitiva pubblica. Ne consegue che, la parte civile, non è “parte” in senso penalistico. La parte, in senso penalistico, è la collettività ed è rappresentata dal Pubblico Ministero.

Diverso il discorso sulle “parti civili”. Parte, in senso civilistico, è chiunque sia titolare di un diritto che può essere leso o tutelato in un determinato giudizio civile. La sede per far valere il diritto al risarcimento, dunque, sarebbe quella del processo civile. La legge, tuttavia, prevede (art 185 c.p.) la possibilità per chi si consideri parte lesa da un reato, di costituirsi come parte civile nello stesso processo penale pendente per quel reato. In pratica è come se nel processo penale si tenesse anche un processo civile.  In estrema sintesi la “parte civile” nel processo penale è quella parte che partecipa al processo come se fosse un processo civile.

Tornando al processo Thyssen è dunque chiaro che l’estromissione dal processo delle parti civili non comporta il venir meno della prerogativa dello Stato di accertare la verità, ma la prerogativa civilistica delle parti nei confronti degli imputati. Ne consegue che la transazione tra Thyssen e le parti che l’abbiano accettata comporta che queste non abbiano più nulla a pretendere dall’azienda. Un accordo economico che, sostanzialmente, fa passare in giudicato la pretesa civile fatta valere nel processo penale.

Nella prossima udienza del 6 dicembre – che cade proprio in occasione del quinto anniversario dal dramma di Torino – ci sarà dunque un’unica parte civile (Medicina Democratica); e le parti del processo penale: imputati e Pubblico Ministero. Questo, probabilmente, permetterà alla Corte d’Assise d’Appello di lavorare con maggiore tranquillità anche se, come è prevedibile che sia, alcune delle parti civili estromesse (parenti delle vittime, alcuni sindacati, enti locali) continueranno a presenziare in aula. In fondo, anche questo, è un modo di far pressione su chi deve decidere.

 

8
Feb
giudici

La responsabilità civile, secondo i media

Il putiferio scatenato dall’approvazione alla Camera dell’emendamento alla legge comunitaria 2011 a firma del leghista Pini sullo spinoso tema della responsabilità civile dei magistrati, al di là del (discutibilissimo) testo ora all’esame del Senato, pare indicativo di quanto sia difficile in questo paese dibattere di questi argomenti in maniera civile e ponderata.

LeggiRead more

3
Feb
respons civile

Le regole e la retorica

Bisogna distinguere le regole che effettivamente ci governano dalla retorica legislativa. Bisogna separare le parole dal modo in cui quelle parole saranno concretamente destinate a operare. In pratica, dobbiamo tradurre la legge. Cosa cambia, in concreto, in forza dell’emendamento approvato alla Camera sulla responsabilità civile dei magistrati?
LeggiRead more