La recente sentenza della Cassazione sul c.d. caso Dell’Utri ha sollevato un prevedibile polverone di polemiche, anche aspre. Come è nostra abitudine, non siamo interessati al merito delle risultanze processuali, compito gravoso del giudice, ma ci interessa soffermarci sull’effetto stritolante di quel meccanismo mediatico, realizzato con martellanti campagne di stampa, spesso su testate politicamente avverse, condito da prese di posizione pubbliche di magistrati inquirenti impegnati in indagini contro la criminalità organizzata, e quindi infallibili e moralmente superiori.
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Colpo di mano, scatto d'orgoglio del Parlamento nei confronti dei "tecnici" o dichiarazione d'intenti con scarse conseguenze pratiche? Il voto della Camera sulla responsabilità civile dei magistrati si porge a questi interrogativi ma, intanto, un dato è certo: con l'emendamento 30 bis alla legge comunitaria del 2011, approvato con un voto trasversale e contro il parere del Governo, il Parlamento pare avere alzato la testa quantomeno per affermare un principio. Certo, è un risveglio che si è fatto attendere: sono dovuti passare venticinque anni prima che si intendesse restituire onore alla volontà popolare espressa con il voto referendario dell'8 novembre 1987. Una volontà tradita dallo stesso Parlamento, come hanno sempre denunciato i Radicali, promotori di quel referendum.
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Neanche il tempo di finire con Berlusconi, Cosentino, i Misseri, i radicali, arriva il nuovo bersaglio per il tiro a freccette del perbenismo italico. Il comandante Schettino, l’omicida, il codardo, il bugiardo, l’omm e merd. Dall’altra parte il nuovo Monti, il nuovo Napolitano, l’eroe: De Falco, quello del #vadaabordocazzo che sapevamo gia avrebbe riempito bacheche e magliette. Perché tutti quanti siamo bravi a salire sul carro del vincitore, e ci scordiamo di aver da sempre abbandonato la nave che affonda.
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Questa cosa che si voti per l’arresto di un parlamentare in base a valutazioni di convenienza o opportunità politica prescindendo dal merito – ovvero dalla ponderazione delle ragioni di sussistenza di
fumus persecutionis da parte della magistratura richiedente il provvedimento di carcerazione – non ha nulla a che fare con le prerogative del Parlamento, né con la giustizia, né tanto meno con la democrazia. Della democrazia, anzi, questo abuso della negoziazione politica intra-parlamentare, è sostanzialmente la negazione.
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Fa parte, crediamo, della natura umana dare più risalto alle notizie cattive che a quelle buone, lamentarsi di ciò che va male ma dare per scontato ciò che invece, magari a prezzo di fatica e sacrifici, funziona.
Il fatto, dunque, che il nuovo ministro della Giustizia Paola Severino non abbia generato nemmeno un centesimo di quel clamore politico/mediatico che ha caratterizzato i suoi predecessori, se interpretato alla luce di questa teoria, non può che rallegrare.
Appelli al
confronto costruttivo;
una proposta organica e articolata per intervenire sull’insostenibile situazione delle carceri; volontà precisa di
combattere la corruzione e i delitti contro la pubblica amministrazione: questi i punti chiave delle prime settimane di lavoro del ministro Severino.
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